Il tanto discusso piano “ReArm Europe” presentato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen non rappresenta solamente un viatico per un aumento massiccio delle spese militari in Europa (in termini assoluti, già ora due-tre volte maggiori di quelle russe). Imperniato sul rafforzamento degli eserciti nazionali, il piano di riarmo non funzionerà affatto come un acceleratore del processo di state building comunitario ma come un moltiplicatore delle linee di tensione tra livello nazionale e sovranazionale e all’interno dello stesso spazio comunitario, intrecciandosi e sovrapponendosi al più ampio disordine transnazionale di cui la guerra è il principale segno. La stessa logica di finanziamento del piano imperniata sul debito pubblico nazionale, tanto per fare un esempio, rischia di riaprire una nuova congiuntura di alti spread sui tassi di interesse dei titoli del tesoro, con l’effetto di alimentare nuove faglie nel già incerto equilibrio politico europeo e di rimettere in tensione nuovamente il ruolo della banca centrale europea dopo l’attenuazione della fiammata inflattiva.
Dietro l’ingannevole retorica dell’autonomia strategica europea (che nel breve periodo si tradurrà in un acquisto di armi da quegli stessi USA in via di ritiro dall’investimento bellico in Ucraina) il piano ReArm Europe ha piuttosto il senso di ri-codificare lo spazio istituzionale ed economico europeo all’interno del nuovo scenario di guerra.
A differenza delle guerre umanitarie e delle operazioni di polizia internazionale dei decenni scorsi, la guerra oggi non è semplice gestione di una società che si vuole mantenere in ordine, ma un processo complessivo di riconfigurazione del “mondo” dentro il quale viviamo, lavoriamo e lottiamo. Essa rappresenta un fattore di riorganizzazione della società e del capitalismo, ovvero di una nuova articolazione del rapporto tra Stato, produzione e riproduzione.
ReArm Europe del resto deve essere intrecciato con quella serie di politiche che dalla Germania all’Italia puntano a far fronte alla crisi del settore dell’automotive tramite piani di riconversione dal civile al militare che coinvolgono i colossi dell’industria bellica (Rheinmetall e Leonardo). Dietro la retorica del mettere in sicurezza posti di lavoro e l’evidente militarizzazione, la guerra e le armi puntano a diventare un nuovo vettore della riorganizzazione del mercato e degli stessi capitali privati.
La corsa agli armamenti che, con ritmi differenti, si sta dando a livello globale, non annuncia un coinvolgimento diretto nella guerra di ogni paese, ma sta in un quadro di competizione per le risorse naturali, finanziarie, scientifiche e tecnologiche, e per la presa sul lavoro vivo. Draghi docet.
Non si tratta perciò solo di riconvertire e spostare, ma di usare la guerra come occasione per mobilitare immense risorse dentro un processo disordinato di ridefinizione dei rapporti sociali, delle dinamiche di accumulazione e delle condizioni di sfruttamento. Dal nostro punto di vista, che è il punto di vista del lavoro vivo, ossia di chi è costretto a lavorare per poter vivere, questa occasione si traduce nell’imposizione di un obbligo, di un imperativo al sacrificio e di una definizione gerarchica dei rapporti sociali.
Davanti a questi progetti di investimento e di riconversione industriale si è fatto spesso ricorso alla nozione di “economia di guerra”. L’uso di questa nozione, pur registrando correttamente il consistente riorientamento della spesa pubblica in corso a favore di quella militare, deve essere però meglio specificato. Non ci troviamo, infatti, di fronte al riproporsi del classico schema del “keynesismo di guerra” né di fronte a uno scenario da “mobilitazione totale” come quello a cui abbiamo assistito nel corso delle due guerre mondiali. Parlare oggi di economia di guerra significa semmai porre l’accento sul rapporto tra guerra e accumulazione capitalistica. Lo sviluppo impetuoso delle grandi piattaforme digitali ha assunto oramai le sembianze di uno scontro tra «complessi militari-digitali» contrapposti, rendendo sempre più opaco il confine tra lo sviluppo dell’industria bellica e quello di altri settori manifatturieri, compresi alcuni comparti dei servizi. Se da un lato assistiamo probabilmente alla configurazione di una nuova forma-Stato nel solco delle tendenze neo-conservatrici e della torsione autoritaria del neoliberalismo, dall’altro, i processi globali di accumulazione capitalistica, l’interdipendenza infrastrutturale, finanziaria, produttiva, comunicativa, digitale, nonché la qualità decisamente transnazionale del lavoro vivo contemporaneo, mettono in luce l’impossibilità attuale di ristabilire una sovranità politica sulle economie nazionali.
È in questo senso più profondo che la guerra – soprattutto oltre i singoli teatri del conflitto militare – sta presentando il suo carattere generale e trasversale come principio di organizzazione del disordine sistemico. Ed è a partire da qui che nasce la necessità di costruire un punto di vista politico a partire dal quale osservare e leggere la guerra, nonché pensare e praticare una opposizione al suo potenziale di morte, dominio e sfruttamento.
La sfida e il compito che abbiamo davanti è quello di comprendere il modo specifico attraverso il quale gli Stati stanno operando su vari terreni (che rappresentano i nostri terreni di lotta) ridefinendo complessivamente tanto i modi di comando sul lavoro quanto le condizioni più ampie dentro le quali si danno, provando ad andare al di là dei dati quantitativi degli interventi sull’industria bellica o relativi ai tagli del welfare.
Come viene riorganizzato il comando sul lavoro dentro questa “economia di guerra”? Come viene ridefinita la logica delle politiche del welfare? Quali conseguenze determinerà questo rovesciamento di priorità nella direzione della spesa pubblica e in che modo questo processo rischia di alimentare le spirali autoritarie e reazionarie all’interno dei singoli paesi? Soprattutto, quali forme di opposizione è possibile costruire dentro e contro questo regime di sfruttamento bellico?
Parlando a ridosso dei piani di conversione industriale Giorgia Meloni ha sostenuto l’esigenza di un cambio culturale. Il militarismo occupa in questo insieme di processi un ruolo decisivo. Esso rappresenta un supplemento ideologico di comando in momento in cui, almeno in Italia, nonostante tassi di occupazione crescenti, il Pil rimane invariato, con l’inflazione persistente e livelli salariali da povertà. Ora, la compressione della spesa sociale scambiata con quella militare offre l’immagine di un’economia di guerra contro il lavoro vivo, un’economia che sta progressivamente integrando il comando statale dentro, e non sopra, quello inaggirabile del mercato, in cui vengono meno le possibilità di mediazione dei corpi sociali.
In Ucraina la guerra è stata usata come opportunità per riformare in senso neoliberale le condizioni di lavoro attraverso una legge specifica che consente ai datori di lavoro di sospendere unilateralmente le disposizioni dei contratti collettivi e vieta gli scioperi. Sullo stesso spartito vanno posizionati i tentativi di precettazione governativa nei confronti degli scioperi che si sono susseguiti tanto in Italia quanto negli altri paesi europei e le modalità “autoritarie” con cui sono state fatte passare riforme come quella delle pensioni in Francia. Anche la stessa reintroduzione del patto di bilancio dello scorso giugno, dopo la fase pandemica, ci parla di una nuova forma di austerity in cui il militarismo rappresenta il surplus politico di comando sul lavoro che va a sostituire quell’economia della promessa che aveva rappresentato il supplemento ideologico dello sfruttamento neoliberale. La guerra funziona come nuovo imperativo che viene fatto pesare sul rapporto sociale. Essa stabilisce un obbligo, una necessità, fuori da ogni scambio, anche quello in cui il corrispettivo è nei termini di una promessa che non sarà mai mantenuta.
Dentro questa economia di guerra contro il lavoro vivo, si assiste anche al rafforzamento dei fondamenti patriarcali dell’accumulazione e della riproduzione sociale messi in crisi dal movimento transfemminista degli ultimi anni. Su larga scala e al di là dei campi di battaglia il militarismo e l’economia di guerra contro il lavoro e la riproduzione sociale vincola sempre più le donne a un doppio carico di lavoro dal momento che, in una situazione di bassi salari e davanti al progressivo taglio dei servizi di welfare, devono far quadrare i conti in situazioni disperate e a riprodurre una vita sempre più misera. Allo stesso tempo, la violenza con cui i governi europei così come quello americano si stanno scagliando contro i migranti attraverso deportazioni o minacce di deportazioni, rivela l’obiettivo di disciplinare la forza lavoro tutta, anche quella autoctona costretta ad accettare ineluttabilmente determinate condizioni di lavoro e di salario.
Non meno problematico è ciò che riguarda il fronte delle lotte ecologiste. Oltre agli innumerevoli danni ecologici diretti, la violenza delle armi e il miltarismo che la legittima stanno disattivando ovunque nel mondo l’urgenza di affrontare la crisi climatica. I piani di transizione ecologica paiono esser stati riposti in soffitta. E tuttavia, anche dentro questa guerra, continua a riaprirsi a fasi alterne il problema del governo di una crisi climatica che si deve costantemente muovere tra la pretesa di profitti del capitale (di volta in volta, o in modo contrapposto, posizionati tra il fossile e il green) e quella di lavoratori e lavoratrici di non pagarne i costi. Tra il negazionismo climatico dei governi di destra e le proposte di ridurre il governo del clima a una riconversione industriale ed energetica della produzione capitalistica, abbiamo il problema di ripensare i nostri conflitti climatici dentro lo scenario di guerra in cui ci muoviamo e a partire dalle lotte che si danno tanto sul lavoro quanto sui territori, scontando le contraddizioni che possono verificarsi. Abbiamo cioè l’urgenza di chiederci come l’organizzazione delle nostre lotte possa articolare il rapporto tra contesti territoriali particolari e un problema mondiale che difficilmente può essere risolto con modelli replicabili su altra scala.
Davanti a questo quadro complesso e sfaccettato, costruire un’opposizione alla guerra significa attraversare e valorizzare le differenti posizioni in cui sono posizionate donne, persone LGBTQ+, uomini, migranti con l’attenzione all’individuazione di comuni condizioni. Significa non dare per scontate alleanze ma costruire discorsi e pratiche organizzative che connettano. Significa rifiutare posizionamenti scontati che si producono non solo nella guerra (campismi) ma anche dentro le nostre lotte. Significa essere in grado di pensare i limiti delle nostre pratiche attuali
Domande:
- Come possono le lotte sulla produzione evitare di restare invischiate in nazionalismi lavoristi che non hanno più nulla da offrire al lavoro vivo se non un risarcimento nella forma di razzismo e dominio patriarcale?
- Come possono le lotte sulla riproduzione e le pratiche mutualiste evitare di replicare quelle gerarchie della società che lo Stato produce?
- Come possono le lotte ambientaliste evitare di produrre contrapposizioni tra mondo del lavoro e mondo ecologico?

