Cosa rende gli spazi urbani e metropolitani cornici fondamentali per provare a comprendere il regime di guerra contemporaneo? 

Una risposta parziale, la più immediata e materiale, è che le città ospitano ormai più della metà della popolazione mondiale e le loro infrastrutture sono parte integrante della quotidianità di miliardi di persone. Influenzano dove e come andiamo in bagno; quando abbiamo accesso all’elettricità o a Internet; dove possiamo viaggiare, quanto tempo ci vuole e quanto costa arrivarci; e come la nostra produzione e il nostro consumo sono riforniti di carburante, materie prime e trasporti. È importante sottolineare ciò che può sembrare ovvio: le infrastrutture urbane modellano i ritmi della vita sociale. 

Classe, genere, razza sono assi di disuguaglianza che vanno necessariamente letti attraverso l’accesso differenziato alle infrastrutture. Un esempio classico che viene fatto per mettere in luce la loro “politicità” è la costruzione tra gli anni venti e gli anni trenta del Novecento dei ponti sopraelevati a New York, progettati da Robert Moses. Questi ponti vennero costruiti a un’altezza che non permetteva agli autobus di passare nelle strade sottostanti, consentendo solo alle automobili di attraversare alcune parti della città. Furono progettati deliberatamente più bassi per impedire agli afroamericani, in larga parte dipendenti dal trasporto pubblico, di raggiungere specifiche aree di New York, come le spiagge di Long Island. 

D’altro canto gli spazi urbani rimangono luoghi strategici per attori privi di potere, giacché li mettono in condizione di affermare la propria presenza, di porsi in quanto soggetti, anche quando non ottengono un potere diretto. Tutte le soggettività subalterne si affermano come soggetti rilevanti, visto il carattere interdipendente proprio della città. Questa interdipendenza, tratto tipico dell’urbanizzazione novecentesca del Nord Globale, ha mostrato un alto grado di democraticità degli spazi pubblici urbani coesistere con importanti forbici di disuguaglianza, come il caso dei ponti newyorkesi menzionato sopra. Non è un caso che i contesti urbani sono stati e sono teatro nevralgico dei conflitti sia sociali che armati. 

All’interno del regime di guerra si sta ristrutturando l’idea stessa di spazi urbani anche dove non sono in corso scontri armati come a Gaza e in West Bank o sul fronte ucraino. In Italia si può osservare la fusione della progettazione urbana e dell’apparato di polizia in un sistema di sicurezza selettiva che punisce i e le marginali in quanto tali, basti pensare al daspo urbano, al Modello Caivano imposto a otto periferie con un’operazione di import-export di «legalità e sicurezza» o alle cosiddette “zone rosse” volute da Piantedosi, specifiche aree urbane dove vietare la presenza di soggetti con precedenti penali e poterne disporre l’allontanamento. Il Ddl Sicurezza è un altro manifesto politico di come gli spazi urbani vengano inseriti all’interno del regime di guerra da parte del governo italiano, criminalizzando gli immigrati irregolari, i mendicanti, i senzatetto, i rom, chi vive in occupazioni abitative, i detenuti, gli attivisti e le  attiviste che bloccano una strada per manifestare il proprio dissenso. L’obiettivo fondamentale di queste misure è frammentare il più possibile gli spazi pubblici e le possibili connessioni e convergenze che questi danno ai propri e alle proprie abitanti. 

La ristrutturazione delle città, il rifiuto dello spazio pubblico e dell’interdipendenza urbana non sono una novità del regime di guerra contemporaneo, sono processi che nel Sud Globale (ma anche negli Usa, in particolare a Los Angeles), a causa di instabilità politiche e/o economiche di lungo corso, hanno portato alla proliferazione delle cosiddette “gated community” dal Sud Africa fino al Brasile già alla fine del secolo scorso. Queste sono caratterizzate da un «mercato della sicurezza che genera di per sé una sua domanda paranoica. La sicurezza diviene così un bene posizionale definito dall’accesso che il reddito consente a “servizi di protezione” privati o all’appartenenza a speciali enclavi residenziali e quartieri controllati. Come simbolo di prestigio – e qualche volta come linea di demarcazione fra coloro che sono semplicemente benestanti e i veramente ricchi – la sicurezza è unità di misura di una incolumità personale, ma più ancora dell’isolamento dell’individuo da gruppi e persone indesiderabili nella sfera dell’habitat, del lavoro e dei viaggi» (La Città di Quarzo, Mike Davis). Nel regime di guerra il presente viene costruito non solo sulla base dei conflitti e delle “emergenze” in essere, ma anche immaginando un futuro di escalation che esso stesso riproduce. Come in ogni profezia che si autoavvera, il regime di guerra può portare nient’altro che altra guerra. Gli spazi pubblici delle città e delle metropoli sono da sempre ostacoli per gli attori esterni e interni che vogliono la guerra, perché difficili da gestire quanto da controllare. Da qui il desiderio dei governi di frantumarli e dei super-ricchi di emanciparsene definitivamente.

Domande:

  • Quali sono le continuità e discontinuità che il regime di guerra contemporaneo attua rispetto alla ristrutturazione dei rapporti di dominio urbano già in atto a causa della finanziarizzazione del mercato immobiliare e della gentrificazione iniziate durante gli anni ottanta del Novecento?
  • Se le misure sono volte alla frammentazione degli spazi pubblici dei contesti urbani e di conseguenza alla rottura di reti di solidarietà e opposizione, quali possono essere le forme di una loro ricomposizione e nuova costruzione?

I TAVOLI