Collocazione temporale: cambia il conflitto, cambia l’organizzazione
Ci troviamo ad affrontare un passaggio epocale che sta trasformando gli assetti politici, economici e istituzionali su scala globale. Una transizione che rimette in discussione certezze e privilegi costruiti in oltre 70 anni di pace europea e lo fa con esiti al momento difficilmente prevedibili, in un contesto di sfondamento delle posizioni più destrorse e reazionarie che ora governano, imponendo come paradigma universale quello maschile, bianco e occidentale e la violenza come misura delle relazioni, interne e internazionali.
L’economia ha virato nel giro di pochi mesi verso la compressione dei diritti e l’aumento di spesa per armamenti e tecnologie belliche, la guerra è l’orizzonte perseguito e imposto, il richiamo ad “arruolarsi”, concretamente e metaforicamente, rimbalza nei giornali e nelle televisioni di tutto il Paese.
In questo contesto il conflitto, o meglio la guerra, di classe viene combattuta dall’alto verso il basso senza esclusione di colpi: chi detiene ricchezza e potere attacca le classi subalterne sia direttamente (tagliando la spesa sociale e i fondi a settori fondamentali come la sanità, l’istruzione, la ricerca, gli ammortizzatori sociali) sia costruendo le condizioni per una continua “guerra tra poveri”, marginalizzando e additando come colpevole della crisi chi è ritenuto fragile, debole, fastidioso. A partire dalle donne e le soggettivitá femminilizzate, dalle persone migranti e da tutte le soggettività ritenute “non conformi”, arrivando alla criminalizzazione di qualunque forma di dissenso.
Visione alternativa e non ideologica
In Italia l’unico movimento che in questi anni si è dimostrato all’altezza di quest’onda d’urto è quello della marea transfemminista: una preziosa eccezione in assenza di mobilitazioni incisive e continuative, che meriterebbe approfondimento e impegno collettivo nel far riverberare le sue rivendicazioni.
La mancanza di una capacità organizzativa costante, diffusa e contundente trasforma spesso e volentieri le nostre mobilitazioni in vertenze che sono costrette ad agire da sole o a faticare moltissimo per trovare legami; gli orizzonti si collocano solo sul locale e sull’immediato, cedendo ancora una volta alla “presentizzazione” costante.
La precarizzazione delle nostre vite, la trasformazione del mercato del lavoro e l’erosione di diritti da li partita, è stato un processo che ha avvelenato tutti i pozzi, compresa la conquista dell’organizzazione collettiva.
La spaventosa accelerazione della crisi ecologica che si manifesta già nelle forme piú violente e tragiche anche alle nostre latitudini ci obbliga a rivedere strumenti, orizzonti e pratiche di lotta nei confronti del capitale. Produrre conflitto e intrecciarlo con il mutuo-aiuto e la resistenza nei territori è sempre più necessario ma sempre più complesso. Dobbiamo capire cosa è diventato il capitalismo oggi, nel tempo dell’alleanza tra fossile, padroni degli algoritmi, suprematismo maschio, bianco e occidentale.
Da qui la necessità di ripartire per immaginare di nuovo movimenti capaci di fronteggiare la velocità (o l’autoritarismo) del capitale su tutti i livelli, interrogandosi sui nodi che ci vengono consegnati con tutta la loro complessità e senza la possibilità di scorciatoie, all’interno di un quadro come minimo europeo e internazionale.
Quale rapporto tra “soggettività organizzate” e “movimenti”, tra infrastrutture politiche e mutualismo, tra organizzazione politica e processi di autogoverno? Cosa sono diventati gli spazi sociali, le forme di welfare dal basso, gli spazi di democrazia territoriale e quindi, di nuovo, quale rapporto si costruisce tra queste esperienze e (quel che rimane della) rappresentanza politica?
Condividere spazi di dibattito, costituire lessico comune, recuperare o inventare strutture organizzative: questi gli obiettivi, ambiziosi ma necessari, da perseguire insieme.
Tempi
Per questo i tempi che abbiamo deciso di battere non sono quelli senza fiato della comunicazione mainstream o dei posizionamenti tattici che il capitale impone.
Sappiamo che a volte sono necessari tempi di reazione brevi su in cui testare la nostra capacità di resistenza ma, altrettanto, sappiamo che sono necessari tempi medi o lunghi per costruire una possibilità rivoluzionaria.
Sappiamo bene che il tempo in cui siamo costretti a vivere è pauroso, pressante e pericoloso, ma sappiamo anche che forme di resistenza e costruzione di alternative si manifestano continuamente in tutti gli angoli del globo.
In altre parole le profonde ingiustizie stanno divenendo l’unico metro delle nostre quotidianità: senza l’ambizione di resettare tutto non sarà possibile essere all’altezza di questa pressione. L’ambizione rivoluzionaria è la condizione per dare vita a un movimento largo, intersezionale, radicale.
Riflettere insieme su cosa vuol dire politica di movimento all’interno del regime di guerra per noi vuol dire esattamente questo: quali ipotesi, quali traiettorie, quali alleanze e quali modelli comunicativi per superare un blocco che sembra relegare l’azione di movimento alla semplice testimonianza, senza la capacità di incidere realmente.
Domande
- Che cos’è un movimento?
Metodo e possibili strumenti.
- Come incidere nella contemporaneità? Mobilitazioni, comunicazione e pratiche.
- Produzione di immaginario? Quali sono le parole centrali.

