Quale nuovo internazionalismo di fronte alla guerra?

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Il tavolo tematico nasce dall’esigenza di interrogarci sul significato di un possibile nuovo internazionalismo, a partire dalle criticità che come RESET abbiamo individuato e ci hanno portato a promuovere la residenza:

  • le pratiche che abbiamo sperimentato negli anni sembrano inefficaci di fronte alla realtà della guerra e alla complessità dei conflitti internazionali e delle loro conseguenze
  • ogni realtà locale e territoriale è ormai trasformata da logiche e processi che sono transnazionali
  • concetti, linguaggi, modalità organizzative a cui siamo abituati sembrano non essere più adeguati ai nuovi rapporti di potere che si delineano

Vogliamo essere rilevanti ogni volta che lo riteniamo necessario. Al tempo stesso, approfondire la nostra analisi è fondamentale per costruire l’efficacia che oggi ci manca e prendere l’iniziativa. Vogliamo perciò iniziare da una domanda: in che modo l’evocazione di un immaginario come quello dell’internazionalismo – denso di esperienze storiche e simboliche – apre possibilità e in che modo, invece, rappresenta un limite che dobbiamo superare per aprire lo spazio a nuove forme di comunicazione e organizzazione politica?

Il riferimento all’internazionalismo, nelle sue diverse declinazioni (oggi si possono individuare diverse forme di ‘internazionalismo’: femminista, indigeno, anticoloniale, nero, queer, ecologico) ha l’indiscutibile pregio di indicare la necessità di ragionare su un orizzonte più ampio rispetto a quello di una politica di movimento che guarda soprattutto alla dimensione immediata dell’organizzazione locale o territoriale e rispetto ai limiti delle risposte su base nazionale, anche quando queste danno vita a importanti cicli di lotta (basti pensare alle sollevazioni francesi degli ultimi anni). Tuttavia, dobbiamo anche chiederci fino a che punto il riferimento internazionalista non abbia il risultato pratico di occludere la possibilità di superare definitivamente un orizzonte simbolico che finisce per confermare forme di organizzazione e fare movimento che faticano a fare i conti con condizioni politiche e materiali radicalmente trasformate.

L’internazionalismo ha infatti storicamente rappresentato la possibilità di organizzazione e comunicazione al di là della scala nazionale. Ma le strutture organizzative e di rappresentanza dei soggetti in lotta dentro l’internazionalismo erano comunque organizzati su base nazionale (sindacati, partiti). Per quanto riguarda i soggetti, soprattutto operai, erano considerati in una relativa omogeneità. Oggi queste strutture non esistono più in quella forma, e i soggetti sono stati destrutturati da lotte che hanno mostrato la rilevanza di fratture lungo le linee del genere, della razza, della classe. La presunta separazione tra il piano della produzione e della riproduzione ha lasciato il campo alla consapevolezza del loro intreccio, mentre entrambe, sotto la spinta dei movimenti dei migranti, dell’organizzazione transnazionale della produzione e della cura, attraversano i confini. Il successo dell’intersezionalità, potremmo dire, è uno dei risultati della destrutturazione delle condizioni su cui si appoggiava l’internazionalismo storico.

Questi cambiamenti sul piano dell’organizzazione e dei soggetti sono il segno che una certa forma di società costruita intorno allo Stato e un ordine internazionale è ormai pienamente destrutturata. La guerra di cui discutiamo a RESET è un sintomo di questa destrutturazione e di come siano oggi messi radicalmente in discussione sia i rapporti internazionali tra Stati, sia le forme di società e i rapporti di potere.

C’è poi un altro elemento per noi fondamentale: gli agenti delle trasformazioni in cui siamo immersi non sono solo gli Stati e il capitale, ma anche i comportamenti e le pratiche messe in atto dai soggetti che compongono il lavoro vivo, spesso non espresse in forme organizzate. Le condizioni che hanno segnato l’internazionalismo storico sono state destrutturate in misura primaria dagli stessi soggetti delle nostre lotte. L’identità operaia è esplosa non solo per l’attacco neoliberale globalizzato, ma anche per il rifiuto di un destino dedicato alla produzione dentro un patto sociale istituzionalizzato; i migranti e le migranti hanno con i loro incessanti movimenti messo in crisi gli Stati così come i sindacati come forme dell’organizzazione del lavoro; le donne e i soggetti LGBTQI+ hanno sfidato il dominio e la violenza patriarcale agendo concretamente al di fuori degli orizzonti organizzativi nazionali, in particolare con la pratica dello sciopero. D’altra parte, il movimento ecologista è riuscito a più riprese a dispiegarsi come movimento transnazionale.

Il movimento transfemminista contemporaneo, in particolare, ha avuto la capacità di superare l’orizzonte dello Stato-nazione e presentarsi come transnazionale: uno spazio di organizzazione e comunicazione capace di esprimere una forza e lotte trasversali rispetto a scale geografiche o forme istituzionalizzate della politica, rompendo in questo modo anche con altre forme del femminismo e dell’internazionalismo. Ha saputo così raccogliere, potenzialmente e non sempre con la stessa efficacia, la diffusa insubordinazione di donne e persone LGBTQI+. Non si capisce l’andamento carsico dello sciopero transfemminista, le sue irruzioni inaspettate in luoghi diversi, l’emergere di masse oceaniche anche nei momenti di debolezza organizzativa secondo i parametri tradizionali di movimento, senza considerare questo suo carattere.

Sulla base di queste premesse, vogliamo porre alla discussione alcune domande al fine di immaginare una politica capace di essere all’altezza delle condizioni materiali del presente, che sia capace di porre il tema della pace come orizzonte di lotta e non saccheggio e sfruttamento nelle mani degli Stati e rifiuti logiche campiste per contrapporsi alla guerra e alle sue logiche.

Domande:

  • Come costruire un nuovo internazionalismo o politica transnazionale che sappia prendere congedo dagli immaginari del passato e costruire possibilità in un presente segnato dalla guerra?
  • Come tenere insieme le esperienze e le lotte presenti con la costruzione di una capacità di cogliere i movimenti reali che attraversano le società, evitando di rinchiudersi in pratiche di autorappresentazione di attivisti e militanti?
  •  Come individuare e scommettere su linee di frattura che si danno nello scontro tra nuove forme dell’oppressione e dello sfruttamento e le forme di insubordinazione, lotta, comunicazione che vi si oppongono, all’intreccio tra produzione e riproduzione?
  • Come costruire prospettive e iniziative di lotta comuni perché dentro uno stesso orizzonte, capace di richiamarsi tra loro e dare così il senso di una forza concreta e collettiva, superando la contrapposizione tra locale e transnazionale?

I TAVOLI