Restituzione tavolo Quale “nuovo” internazionalismo di fronte alla guerra

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All’interno del tavolo siamo partitx dalla domanda: perché parlare di ‘nuovo internazionalismo’?

Parliamo di internazionalismo di fronte alla guerra in cui siamo e non in termini astratti. Oggi la guerra impone logica di schieramento amico/nemico, facendo degli Stati l’unico soggetto della politica. Questa logica ha permeato in diverse forme i movimenti, costituendo un blocco all’iniziativa politica. Intendiamo perciò il richiamo al nuovo internazionalismo come necessità di costruire comunicazione e organizzazione tra soggetti, operai, migranti, donne, lgbtqa+ che rovescia la logica di guerra e sappia rompere i blocchi.

Le esperienze storiche vanno in questo senso valorizzate e recuperate. Tuttavia, siamo consapevoli delle condizioni mutate, delle trasformazioni delle strutture istituzionali ed economiche e dei soggetti sociali organizzati. Non si tratta perciò di riprodurre analogie, ma di comprendere le differenze.

Abbiamo individuato tre nodi principali di ragionamento:

  • Quale spazio e quale campo di azione

Un ‘nuovo’ internazionalismo non è solo una questione di scala, di una scala più grande rispetto a quella locale o nazionale, ma interroga direttamente come comprendiamo la condizione in cui siamo e le pratiche che mettiamo in campo. In questo senso il richiamo al transnazionale indica una condizione mutata che riguarda tanto gli Stati quanto i soggetti e attraversa ogni scala di organizzazione, inclusa quella territoriale, locale e nazionale.

Dopo tre anni di guerra in Ucraina, oggi RearmEU pone in modo evidente il problema dell’Europa in guerra. Il militarismo diventa nuovo strumento di comando per dire: “non c’è alternativa”. Ma non produce un terreno unitario: avrà impatti diversi nei diversi paesi europei. Il problema dell’Europa in guerra chiama in causa un’altra domanda: di quale Europa parliamo? L’Europa è uno spazio non omogeneo e non coincidente con i suoi confini istituzionali, dove il blocco reazionario globale si organizza attraverso retoriche militariste, politiche pubbliche escludenti e del tentativo di mobilitare attorno all’idea di ordine (famiglia, sicurezza, natalità, identità nazionale).

Questo riguarda anche la composizione e i soggetti di cui parliamo. Lo sguardo sulla proiezione esterna dell’Europa, il suo ruolo globale e le politiche di imposizione di cui è responsabile deve andare insieme ad uno sguardo sui soggetti che compongono e attraversano l’Europa. In particolare, l’Europa in guerra è costruita sulla guerra ai migranti portata avanti in questi anni. Parlare di migranti pone il problema di come affrontare il razzismo nelle sue diverse dimensioni e di come costruire percorsi politici di lotta insieme ai migranti.

Questa constatazione ci porta al secondo asse di problemi emerso nella discussione.

  • Quali soggetti

Ci rivolgiamo ai movimenti organizzati e ai movimenti che attraversano la società. Registriamo che l’insufficienza dei soggetti organizzati è anche frutto di una chiusura ‘militante’. È dunque necessario rompere con ogni autoreferenzialità per guardare ai soggetti, precarx, migranti, donne, persone LGBTQI+, alle loro condizioni e forme di insubordinazione, di cui noi stess3 siamo parte.

In questo senso poniamo il problema di superare i blocchi rappresentati in questi anni dalle letture geopolitiche e dai loro esiti di schieramento. Le letture geopolitiche schiacciano le possibilità di produrre comunicazione nella società contro la logica degli Stati e degli schieramenti istituzionali.

Questa osservazione ci conduce al terzo nodo: in che modo superare i blocchi, guardando al tempo stesso ai movimenti organizzati e ai soggetti.

  • Discorso/visione/sfide

Per costruire capacità di comunicazione nella società e sul piano transnazionale abbiamo bisogno di punti di discorso capaci di produrre una visione della fase e del campo di scontro in cui ci troviamo. Questo ragionamento chiama in causa anche il problema della forma e delle pratiche della lotta: sulla base delle esperienze discusse (tra cui BLM, NUDM, PPE), riconosciamo che questa pratica di ricostruzione di una visione comune/orizzonte è punto di attacco essenziale per produrre comunicazione e connessione tra esperienze di lotta e condizioni che sono e rimarranno differenti. Abbiamo bisogno di strumenti in grado di connetterci e connettere i movimenti carsici che attraversano la società.

In questo senso, parlare di Terza guerra mondiale è stato indicato come capace di esprimere il fatto che non ci troviamo di fronte ad un insieme di conflitti, ma ad un contesto generale che ci riguarda direttamente e che pone una chiara posta in gioco: lottiamo nella guerra e contro la guerra. dentro questo contesto è possibile articolare un attacco ai piani di riarmo e al militarismo. Questo ci serve anche per rovesciare la logica geopolitica e campista sulla guerra e per scardinare il blocco rappresentato anche da discorsi decoloniali che hanno finto per chiudere la possibilità di articolare visioni e lotte comuni.

Lottare dentro e contro la guerra chiama in causa anche il problema della pace: siamo per la fine di ogni guerra guerreggiata. Ma rifiutiamo la pace degli Stati e l’idea di una pacificazione delle lotte. L’idea che contro lo spettro della guerra e della paura dobbiamo accettare ogni condizione. La guerra rafforza l’attacco razzista e patriarcale, la spinta ad accettare ogni condizione sociale e di lavoro. Su questo si appoggiano e si rafforzano le destre in diversi contesti. Contro questa visione poniamo la prospettiva della fine della guerra e l’orizzonte della pace come pratica di lotta in tutti questi terreni.

Servono strumenti per costruire questa visione e continuare un percorso di rafforzamento comune. Un’uscita da Reset che ponga alcune ipotesi e punti di discorso e semini le basi per un allargamento.

I TAVOLI