Restituzione Tavolo Riconversione economica? Guerra produzione e riproduzione

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  • Nodi tematici e terreni di lotta

Mettere a critica le parole che utilizziamo è necessario perché riguardano la nostra comprensione del presente e la nostra iniziativa. A partire dalle formule regime/regimi di guerra e Terza guerra mondiale, usate nella discussione. E’ stato segnalato il rischio di pensare, attraverso tali categorie, che la guerra stessa abbia già imposto il suo ordine. Non è così. Dobbiamo invece riconoscere che non c’è ordine, che questa guerra è un tentativo di fare ordine, di irreggimentare lotte sul lavoro, movimenti di donne e persone lgbtq, movimenti dei migranti, lotte ecologiste. Parlare di regimi di guerra – al plurale – ci serve proprio per comprendere i molteplici tentativi di ridurre lo spazio di quelle lotte e di questi movimenti. Tentativi che sono dentro a una guerra che ha carattere mondiale: dire questo permette di riconoscere che essa ha effetto anche al di là dei territori su cui è combattuta e di non perderci dentro ai molteplici scenari di guerra, di pensare le nostre lotte a partire dalla domanda: come mettiamo fine a questa guerra, come costruiamo le condizioni per rovesciare i rapporti di forza che essa cerca di imporre.

Parlare di produzione e riproduzione nel contesto della guerra significa porsi il problema delle politiche economiche e di come agiscono Stato e capitale. ReArm Europe è un grande spostamento di spesa sociale verso il settore militare, che sarà basato sul debito pubblico nazionale e sulla capacità di attrazione del capitale privato. Dobbiamo riconoscere che questo è un terreno di battaglia, che ci impone di ridefinire che cosa è pubblico, senza pensare che lo Stato sia uno strumento neutro, un attore privilegiato, o un interlocutore imparziale. La lotta non si può esaurire semplicemente nella richiesta di maggiore spesa sociale, ma deve qualificare la direzione e la logica dell’intervento pubblico. Lo Stato è trasformato dalla guerra e dalle dinamiche transnazionali del mercato e d’altra parte noi dobbiamo riuscire a considerare come questo spostamento di risorse impatta sulle nostre vite e condizioni di lavoro e sui nostri ecosistemi.

Affianco a questi processi si afferma un militarismo che riattiva il nazionalismo e giustifica processi di dominio ed esclusione. La mobilitazione simbolica del nazionalismo coincide con un sempre più violento razzismo istituzionale, con la riaffermazione dell’ordine patriarcale, della famiglia come unità della nazione e di un autoritarismo che non si esaurisce in leggi e decreti che attaccano la democrazia e lo Stato di diritto, ma riguarda il comando sul lavoro e sui movimenti che si oppongono a sfruttamento e oppressione.

Il comando sul lavoro riguarda direttamente il salario e come la guerra lo impoverisce, ma anche forme di disciplinamento che entrano sui posti di lavoro, nelle scuole, in ogni ambito della società, radicando paura, insicurezza e isolamento. La guerra riguarda il modo in cui si produce il sapere nella scuola e nell’università, riguarda il modo in cui le piattaforme digitali vengono arruolate in guerra per disciplinare lavoro e conoscenza e costituisce la sua ‘ecologia della mente’, imponendo la sua logica.

Parlare di economia di guerra significa riconoscere che una delle poste in gioco della guerra è l’appropriazione di risorse naturali (terre rare, combustibili fossili, acqua, …) e ha a che fare con il modo in cui risorse essenziali – come il grano – per la riproduzione della vita vengono utilizzate come armi di ricatto, sia dove la guerra è combattuta (si affama il nemico a Gaza e in Ucraina), sia per impoverire il lavoro dove la guerra non è direttamente combattuta ma ha effetti materiali.

Quelli discussi costituiscono alcuni dei terreni di lotta che abbiamo individuato ponendoci il problema di guardare la guerra da un punto di vista di classe e materialista, che non è un punto di vista omogeneo, ma va costruito riconoscendo le differenze tra condizioni di vita e lavoro che investono donne e persone lgbtq+, migranti, lavoratrici e lavoratori e generazioni diverse. Abbiamo riconosciuto che questa prospettiva non può essere soltanto nazionale o locale né semplicemente ridotta a categorie del lavoro come spesso succede nelle lotte sindacali.

  • Sfide e prospettive

Una delle sfide che abbiamo davanti riguarda, quindi, il significato della prospettiva della convergenza di fronte alla guerra e ai suoi effetti. Vi è un problema di organizzazione che dobbiamo affrontare.

La seconda sfida riguarda il significato dello sciopero contro la guerra. Come ReSet lo sciopero è nel nome della rete, riguarda la necessità di superare la debolezza che ci ha indotti a incontrarci e aprire questo confronto. Come facciamo a tradurre questo riferimento allo sciopero in un processo organizzativo?

Ancora una sfida è quella di allargare il processo in una prospettiva transnazionale, mostrando i collegamenti delle lotte e delle vertenze in cui siamo coinvolte.

Sul terreno della comunicazione, la sfida riguarda, invece, la nostra capacità di mostrare i nessi tra la guerra e le diverse condizioni di vita e lavoro, rivolgendoci ai diversi soggetti che ne stanno subendo gli effetti.

I TAVOLI