Pensiamo il rapporto tra guerra e città nei termini di un’accelerazione e di una torsione autoritaria di processi che da anni danno forma allo spazio urbano. Questa è l’ipotesi che emerge dalla discussione sugli spazi urbani di Reset. In altre parole, il militarismo non si sta presentando come un grande dispositivo politico che ordina e irregimenta le città in modo univoco, ma si insinua accuratamente all’interno delle logiche, delle politiche e dei processi sociali che danno forma oggi allo spazio urbano.
La ridefinizione della città sfida i confini tradizionali tra centro/periferia, città/provincia e città/Stato-nazione, adattandosi alle dinamiche del profitto transnazionale e alle esigenze economiche, anche in tempo di guerra. La città deve essere ripensata a partire da questo contesto globale.
Parole:
–Turistificazione, Gentrificazione, Piattaformizzazione (capitalismo di rendita capitali transnazionali; lavoro di assistenza e cura, precario o informale, di uomini e donne migranti, dove si intersecano sfruttamento e oppressione su base di genere, classe e razza; sussunzione nel capitalismo delle piattaforme digitali; casa come estensione del salario; dipendenza dal nucleo familiare di origine; gentrificazione/riqualificazione a fini commerciali di zone periferiche; l’hinterland e provincia come dormitori per lavoratori/lavoratrici della città).
–Securitizzazione, Criminalizzazione, Segregazione (riconosciute come condizioni di possibilità di turistificazione e alla gentrificazione. Criminalizzazione di intere comunità alimentano tensioni e impedendo alleanze fra i soggetti. Segregazione urbana e costruzione di nuove barriere sociali sembrano puntare verso un laboratorio di politiche repressive e di sinergie tra ricerca, produzione e difesa. In contrasto con queste dinamiche, l’esperienza del Quarticciolo Ribelle a Roma ha mostrato come forme di mutualismo possano resistere alla stigmatizzazione mediatica e alle operazioni di polizia, opponendosi a modelli securitari come le “zone rosse” o il modello Caivano, ma sono stati anche discussi i limiti del mutualismo).
–Finanziarizzazione e Zonificazione (zone economiche speciali sub-metropolitane, Canary Wharf a Londra, piccoli paradisi fiscali nel cuore della città globale. In Italia ne è un esempio la Zona Economica Speciale (ZES) Unica per il Mezzogiorno comprende tutti i comuni delle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna; pratica del fishing immobiliare).
–Taglio al Welfare State e Dual USE (I tagli al welfare state distruggono il panorama già devastante descritto dalle altre parole: sanità, scuola, mobilità, ma anche CAV e università cascano a pezzi e questo ridetermina le distinzioni fra metropoli e all’interno delle metropoli. Per quanto riguarda l’università è stato fatto un discorso specifico riguardante il problema del DDL Bernini, dall’analisi sviluppata dal movimento delle Assemblee Precarie, in uno scenario contrassegnato da una più generale torsione autoritaria dei governi (DDL Sicurezza), di legittimazione di forme di fascismo istituzionale e non, e dirottamento delle finanze pubbliche verso la spesa bellica, sia strettamente intesa, che ampiamente intesa (valorizzazione/promozione del sapere tecnologico, scientifico, ma anche sociale e umanistico funzionale al dual use).
Sul problema del nesso fra università e abitare, si è peraltro discusso il tema del caro affitti; la soluzione promossa dai governi delle “università telematiche” che promuovono sapere di serie B, titolo di studio senza valore come disciplinamento al lavoro precario.
Guerra e ReArm
È stato discusso come questi processi si stanno intensificando con la guerra, di cui è stata discussa l’irreggimentazione: è compiuta o in formazione? A tal proposito si è messo in discussione il concetto di ‘regime di guerra’, declinandolo al plurale o accostandolo a concetti come ‘terza guerra mondiale’, per marcare la novità epocale e l’estensione mondiale della logica di guerra a cui stiamo assistendo oggi, segnatamente con il ReArm che promette nuovi tagli al welfare, perché il suo costo richiederà nuove forme di indebitamento come dispositivo di governo, disciplinamento sociale e politica industriale. ReArm promette prosecuzione delle politiche neoliberali di svendita dei territori e della forza lavoro, messa in competizione, ma al tempo stesso rivela le difficoltà di qualsiasi tentativo di governo politico dell’Europa in guerra: le tensioni tra gli Stati interni all’UE, l’assenza di un’infrastruttura produttiva capace di sostenere gli appelli della Commissione alla mobilitazione e una diffusa indisponibilità delle popolazioni europee a farsi «arruolare» anche solo in discorsi bellicisti sono anche il segnale di una debolezza politica che le nostre lotte dentro e oltre la città devono aggredire.
Limiti, pratiche, soggetti. Perché Reset?
Molte di noi si organizzano e lottano in contesti sempre più precari e sfuggenti. I drastici tagli al welfare trasformano le pratiche mutualistiche in una corsa contro il progressivo impoverimento, la riduzione dei salari e il razzismo istituzionale. Il rischio costante è che la nostra azione finisca per sostituire, anziché contrastare, la dismissione dei servizi pubblici da parte dello Stato. La solidarietà non basta. Chi lotta al fianco di uomini e donne migranti si confronta con una forza lavoro che si muove in uno spazio ben più ampio della città o del municipio in cui operiamo. Questa mobilità impone un confronto con condizioni sempre più emergenziali. Ragionare sul territorio oltre i confini urbani, riconoscere il superamento delle divisioni tradizionali nello spazio cittadino, significa anche misurarsi con i limiti materiali delle pratiche politiche municipaliste.
Di fronte a queste sfide, è necessario dirlo chiaramente: le lotte e i processi organizzativi a cui ci dedichiamo sono costantemente messi in scacco, rischiando di ridursi a battaglie di retroguardia. Riconoscere questa difficoltà non significa arrendersi o abbandonare le lotte, ma assumere collettivamente questi limiti per costruire strategie più efficaci. Abbiamo bisogno di Reset perché ci serve una prospettiva condivisa, capace di interpretare i processi che ridefiniscono oggi lo spazio urbano. Servono nuove pratiche di aggregazione e organizzazione, capaci di connettere e trasformare le condizioni salariali, di classe, di genere e razza, che il sistema gerarchizza e frammenta.


